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Naomi Klein: «L’austerity inquina il Pianeta» In evidenza

Mercoledì, 04 Febbraio 2015 11:30

Naomi Klein

di Beppe Caccia pubblicato su IlManifesto il 4 febbraio 2015

Nomi Klein è una stu­diosa, gior­na­li­sta e atti­vi­sta che i movi­menti sociali hanno impa­rato a cono­scere negli anni. Autrice del for­tu­nato «NoLogo», ha par­te­ci­pato ai movi­menti noglo­bal sta­tu­ni­tensi e cana­desi. Ha poi seguito da vicino l’esperienza delle «fab­bri­che auto­ge­stite» argen­tine. Alcuni anni fa ha pub­bli­cato un impor­tante libro dove met­teva al cen­tro la paura come il sen­ti­mento usato dal potere costi­tuito per imporre poli­ti­che sociali e eco­no­mi­che neo­li­be­ri­ste (Shock eco­nomy, Riz­zoli). Incon­triamo Naomi Klein a Vene­zia, a mar­gine dell’evento di pre­sen­ta­zione dell’edizione ita­liana del suo ultimo libro, Solo una rivo­lu­zione ci sal­verà (Riz­zoli. Il volume è stato pre­sen­tato il 21 set­tem­bre del 2014 su que­ste pagine).

 

«Con voi in Ita­lia – esor­di­sce Naomi Klein — ho capito per la prima volta, quin­dici anni fa, il con­cetto di red­dito di cit­ta­di­nanza e ho impa­rato una parola per me nuova: pre­ca­rietà. È impor­tante tor­nare qui a discu­tere come que­sto ter­mine descriva oggi la situa­zione dell’intero pia­neta. E sono i decenni del neo­li­be­ri­smo ad aver resa dram­ma­tica la crisi ambien­tale. A imporre un cam­bia­mento radi­cale che metta in discus­sione il capi­ta­li­smo per come lo conosciamo».

«No Logo» è stato tra i testi che hanno segnato la sta­gione del movi­mento noglo­bal, poi hai costruito un rap­porto sta­bile con le lotte indi­gene, in par­ti­co­lare nell’esperienza zapa­ti­sta, infine hai attra­ver­sato le prime mobi­li­ta­zioni sul cli­mate change, come a Cope­n­ha­gen nel 2009. La tua defi­ni­zione di «Bloc­ka­dia» è anche uno sti­molo a pen­sare movi­menti in forma nuova. Quali dif­fe­renze vedi col pas­sato e con quali prospettive?

I movi­menti sono fluidi e le eti­chette che gli attri­buiamo sono spesso arbi­tra­rie. Credo ci sia una con­ti­nuità tra le espe­rienze che hai citato e il pre­sente. Tutte le espe­rienze nuove si appog­giano sulle spalle delle pre­ce­denti, evol­vendo e cam­biando. Ho pro­vato a indi­vi­duare il momento d’inizio di «Bloc­ka­dia» nella lotta del popolo Ogoni, la cui resi­stenza ha com­bi­nato la difesa dei diritti umani e la resi­stenza alle poli­ti­che estrat­tive, nel lon­tano 1998 in Nige­ria. Dal punto di vista del Nord glo­bale, dob­biamo rico­no­scere che, a dif­fe­renza del pas­sato, i movi­menti del «no» si pon­gono oggi il pro­blema di costruire modelli alter­na­tivi. Pen­siamo al caso della lotta in Gre­cia con­tro la miniera di Eldo­rado, che ha un impatto pesan­tis­simo sull’ambiente cir­co­stante e che Syriza si pro­pone di chiu­dere. La comu­nità locale in lotta, di fronte alla que­stione della disoc­cu­pa­zione, ha indi­cato quali potes­sero essere le alter­na­tive, nello svi­luppo del turi­smo e di altre atti­vità sostenibili.

Hai dedi­cato una par­ti­co­lare atten­zione agli sti­moli che ven­gono dalle popo­la­zioni native. Al recente Festi­val zapa­ti­sta in Mes­sico, alla domanda «voi siete con­tro il pro­gresso?», gli indi­geni rispon­de­vano «non siamo con­tro la moder­nità, basta met­tersi d’accordo su che cosa significhi»…

Dob­biamo chie­derci: quale è lo scopo dell’economia? Se l’obiettivo è sola­mente la cre­scita, che troppo spesso viene con­fusa con il pro­gresso, siamo fuori strada. Lo scopo dev’essere invece un sistema eco­no­mico che pro­tegga e favo­ri­sca la vita sulla Terra. Per que­sto non mi con­vince la defi­ni­zione di «decre­scita», per­ché ti fa pen­sare che tutto debba essere con­tratto, quando invece non è così. Ci sono cose che, per forza, dovranno essere dra­sti­ca­mente limi­tate, e cose che hanno al con­tra­rio un’enorme pos­si­bi­lità di espan­sione. Ci sono pro­fes­sioni come i lavori di cura, i lavori crea­tivi, che sono già a bas­sis­simo con­sumo di risorse non rin­no­va­bili, a bas­sis­simo livello di emis­sioni, e sulle quali si può inve­stire mol­tis­simo. L’approccio all’economia dev’essere sem­pre stra­te­gico: da un lato ridurre ciò che è nocivo, dall’altro ampliare ciò che c’è di positivo.

La cosa più inte­res­sante che ho impa­rato dall’attivismo in «Bloc­ka­dia» è pro­prio l’influsso delle lotte delle popo­la­zioni indi­gene di tutto il mondo sui movi­menti sociali urbani. Gran parte delle risorse fos­sili nel sot­to­suolo si tro­vano in ter­ri­tori abi­tati dai nativi. E sono loro i primi a sof­frire, nella loro cul­tura e nei loro corpi, dell’impatto delle poli­ti­che estrat­ti­vi­ste, per l’impossibilità a con­durre i loro modi di vita tra­di­zio­nali e per i danni alla loro salute. Per que­sto sono diven­tati figure chiave in que­ste bat­ta­glie. E hanno tro­vato sponde anche al di fuori dei con­fini delle loro comu­nità. Le per­sone, lavo­rando assieme, hanno comin­ciato a influen­zarsi reci­pro­ca­mente. Il con­tri­buto più signi­fi­ca­tivo dei nativi è stata l’idea di supe­rare la logica della domi­na­zione dell’uomo sull’ambiente, della supre­ma­zia che anni­chi­li­sce la natura.

Dopo i fatti di Fer­gu­son, la grande mobi­li­ta­zione negli Stati Uniti con­tro le vio­lenze e l’impunità della poli­zia, sei inter­ve­nuta sul tema del «raz­zi­smo ambien­tale». Quale rap­porto indi­vi­dui tra le lotte sul cam­bia­mento cli­ma­tico e quelle per i diritti?

Se noi vives­simo in un mondo in cui tutte le vite aves­sero lo stesso valore, si sarebbe agito per tempo con­tro i cam­bia­menti cli­ma­tici. Le per­sone mag­gior­mente respon­sa­bili per la crisi ambien­tale sono quelle più pro­tette dai suoi effetti, men­tre quelle meno respon­sa­bili sono le più vul­ne­ra­bili alle sue con­se­guenze. C’è della cru­dele iro­nia in que­sto. Ma è una realtà che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. Pen­siamo all’Africa Sub­sa­ha­riana, paesi dove il livello di emis­sioni è pra­ti­ca­mente nullo, ma dove gli impatti dell’aumento delle tem­pe­ra­ture medie hanno avuto effetti deva­stanti sulla vita di tan­tis­sime persone.

E anche le rispo­ste future saranno fil­trate da que­sto strut­tu­rale raz­zi­smo. Signi­fica che le fron­tiere saranno sem­pre più mili­ta­riz­zate per fer­mare i pro­fu­ghi ambien­tali in fuga dalla deser­ti­fi­ca­zione. Signi­fica che se le geo­tec­no­lo­gie fos­sero effet­ti­va­mente appli­cate pro­dur­reb­bero effetti dele­teri per il resto del mondo, per esem­pio con il feno­meno dei mon­soni in Asia. In altri ter­mini, le per­sone saranno ancora più sacri­fi­cate, non solo nella crea­zione, ma anche nella solu­zione dei pro­blemi. Per que­sto è neces­sa­rio un cam­bia­mento pro­fondo nei valori. Se il capi­ta­li­smo è un sistema che con­tiene diversi ele­menti di effe­ra­tezza, di fronte ai rischi cli­ma­tici que­sti aspetti bru­tali non faranno altro che aggravarsi.

L’Europa sta vivendo un momento par­ti­co­lare. Cono­sci la situa­zione greca e gli effetti della gestione della crisi in que­sti anni. Che rap­porto indi­vi­dui tra auste­rity e «cli­mate change»? E quali rispo­ste pos­siamo dare?

Per me il legame è chia­ris­simo. Ed è la ragione per cui, dall’inizio della crisi eco­no­mica, il tema della crisi cli­ma­tica è spa­rito dall’agenda poli­tica euro­pea. E con­tra­stare il disa­stro ambien­tale man­te­nendo le poli­ti­che di auste­rity è sem­pli­ce­mente impos­si­bile. Per­ché se pren­diamo sul serio il tema del cam­bia­mento cli­ma­tico, dob­biamo accet­tare delle dure verità. Cioè porci il pro­blema di tagliare almeno del dieci per cento ogni anno il livello delle nostre emis­sioni. Que­sto richiede enormi inve­sti­menti nella sfera pub­blica, che dev’essere pre­pa­rata ad affron­tare i tempi dif­fi­cili che ci atten­dono. Per evi­tare che la situa­zione divenga cata­stro­fica, vanno messe in gioco grandi risorse. Biso­gna ripen­sare il tra­sporto pub­blico che dev’essere gra­tuito. Devi ridi­se­gnare le nostre città. Biso­gna ripen­sare le infra­strut­ture ener­ge­ti­che in ter­mini decen­tra­liz­zati. Tutto que­sto è sem­pli­ce­mente incom­pa­ti­bile con il con­cetto di auste­rity. La buona noti­zia è però che, met­tendo in atto que­ste misure, si creano incre­di­bili oppor­tu­nità anche eco­no­mi­che e lavorative.

Per que­sto motivo, il cam­bia­mento cli­ma­tico potrebbe essere uno dei migliori argo­menti per i movi­menti anti-austerity. E rimane per me un mistero la ragione per cui non si parla mai di ambiente quando ci si mobi­lita per difen­dere la sfera pub­blica dalle logi­che neo­li­be­rali. Al tempo stesso in Europa abbiamo tanti motivi di spe­ranza, dopo la vit­to­ria di Syriza nelle ele­zioni in Gre­cia e la straor­di­na­ria cre­scita di Pode­mos in Spa­gna, in vista della con­fe­renza COP 21 a Parigi alla fine dell’anno. E sarebbe indi­spen­sa­bile che tutti que­sti fili si con­giun­ges­sero, per riu­scire a creare un unico movi­mento per il cambiamento.

Un’ultima que­stione: «change» appunto è la parola chiave di que­sto tuo ultimo libro. Che pos­si­bile defi­ni­zione dare­sti oggi del cam­bia­mento radi­cale di cui abbiamo biso­gno?
Ci sono molti modi per affron­tare la que­stione. La cosa più impor­tante è respin­gere la cul­tura del con­sumo, una cul­tura che prima usa e poi getta via indif­fe­ren­te­mente le per­sone, il loro lavoro, le loro vite. Anche il pia­neta viene usato e get­tato. Come se la fine non dovesse mai arri­vare. Qui sta il neces­sa­rio cam­bio di para­digma. Comin­ciare a vivere come se il futuro fosse effet­ti­va­mente in arrivo e come se doves­simo dav­vero fare i conti con le con­se­guenze delle nostre scelte di oggi. Il crollo del prezzo del petro­lio ci offre adesso una gran­dis­sima oppor­tu­nità. Se mi guardo attorno, vedo che la gente non ne può più di pas­sare da uno shock eco­no­mico all’altro, da un disa­stro ambien­tale al pros­simo, da una crisi all’altra. La pro­spet­tiva di vivere in una società giu­sta e dure­vole è qual­cosa che sta diven­tando desi­de­ra­bile per molti.

C’è un gruppo in Cali­for­nia che si occupa di giu­sti­zia cli­ma­tica e vede la realtà in ter­mini di «shocks, fli­des and shifts»: cioè di crisi, di crolli ed improv­vise esplo­sioni di bolle; di più lenti smot­ta­menti, cioè tra­sfor­ma­zioni di più lungo ter­mine; e di muta­menti come sostan­ziali pas­saggi di stato, che rap­pre­sen­tano non a caso ciò che vor­remmo. I primi due devono essere imbri­gliati per pro­durre quest’ultimo auten­tico cam­bia­mento. Que­sto è il momento dell’onestà, il momento in cui le cose pos­sono cam­biare. Ma biso­gna essere in tanti per sfrut­tare que­sta occa­sione. Da qui alla mobi­li­ta­zione di fine anno a Parigi, soprat­tutto in Europa biso­gne­rebbe espri­mere quat­tro o cin­que sem­plici riven­di­ca­zioni, su cui tutti lavo­rare assieme: ad esem­pio, l’obiettivo del cento per cento di ener­gie rin­no­va­bili; poi, la gra­tuità dei tra­sporti pub­blici; il con­cetto «chi inquina paga»; infine affer­mare che le risorse fos­sili devono rima­nere sotto terra. Qui c’è biso­gno, anche per i par­titi della sini­stra, di get­tare il pro­prio sguardo oltre il pre­sente. Dob­biamo pas­sare da una cul­tura della morte a una cul­tura della vita.

La parola «vita» è stata abu­sata dai movi­menti anti-abortisti. Ma dob­biamo riap­pro­priar­cene. L’attuale regime eco­no­mico si fonda sul dis­sot­ter­ra­mento di cose morte. Al di là della meta­fora, non è affatto sano fon­dare la pro­pria vita sulla morte. Si è creato un enorme squi­li­brio fra que­sti due ele­menti. Ed è neces­sa­rio ridare il giu­sto spa­zio alla vita.

* Hanno col­la­bo­rato Gian­franco Bet­tin (www​.vene​ziain​co​mune​.it) e Vilma Mazza (www​.yaba​sta​.it)


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