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L'economia globale sta degenerando. Ed espelle tutto ciò che non rende In evidenza

Mercoledì, 21 Ottobre 2015 19:59

di Giuseppe Battison, pubblicato da l'Espresso il 20 ottobre 2015

Dalla logica inclusiva del capitalismo alla nuova pericolosa tendenza dell'emarginazione. Che genera disuguaglianze. Parla Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, che il 22 ottobre sarà a Roma per il festival dell'editoria sociale.

 

L’obiettivo è ambizioso. 
Il metodo innovativo. Per esaminare la lenta, opaca decadenza dell’economia politica del ventesimo secolo e l’emergere, sulle sue macerie, di un nuovo paradigma, Saskia Sassen - docente di Sociologia alla Columbia University di New York - ha deciso di archiviare le categorie tradizionali «che articolano la nostra conoscenza dell’economia, della società e dell’interazione con la biosfera». “Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale”, appena tradotto dalla casa editrice il Mulino, è il risultato di questo sforzo: un’immersione nella transizione storica che stiamo vivendo. Il tentativo di leggere, dietro alla specificità e alla superficialità di processi diversi - l’impoverimento della classe media nei paesi ricchi, lo sfratto di milioni di piccoli agricoltori nei paesi poveri, le pratiche industriali distruttive per la biosfera - la stessa tendenza sotterranea. 
La fine della logica inclusiva che ha governato l’economia capitalistica a partire dal secondo dopoguerra e l’affermazione di una nuova, pericolosa dinamica. Quella delle espulsioni.

“L’Espresso” ha intervistato in esclusiva Saskia Sassen, che giovedì 22 ottobre presenterà in anteprima “Espulsioni” al Salone dell’editoria sociale di Roma.

Professoressa Sassen, le patologie del capitalismo sono sotto gli occhi di tutti, ma le diagnosi divergono. Gli economisti che contestano il neoliberismo puntano il dito sulla crescente disuguaglianza, lei invece preferisce affidarsi alla categoria delle “espulsioni”. Perché?
Per due ragioni. La prima è che la disuguaglianza è inevitabile in sistemi complessi e altamente differenziati e ci accompagna sin da quando i primi esseri umani hanno costruito le città. Dobbiamo quindi interrogarci sulle condizioni della disuguaglianza: quando diventa profondamente ingiusta? Quando è accettabile? Anche le economie successive alla seconda guerra mondiale producevano disuguaglianza, ma era una forma più o meno ragionevole. Oggi la disuguaglianza è estrema. Inaccettabile.

La seconda ragione?
La seconda ragione, per me più importante, è che il linguaggio sulla “maggiore disuguaglianza”, sulla “maggiore povertà”, sull’aumento dell’incarcerazione, sulla crescita della distruzione ambientale e così via, è insufficiente a individuare il periodo attuale: ci sono delle rotture in corso, sotterranee ma fondamentali.

In effetti, lei parla di “un nuovo, allarmante problema: l’emergere della logica dell’espulsione”, che segnala l’ingresso “in una nuova fase del capitalismo avanzato”...
È così. Siamo di fronte a una serie - imponente e diversificata - di espulsioni che segnalano una più profonda trasformazione sistemica, che viene parzialmente documentata nei diversi studi specialistici, ma che non è narrata come una dinamica onnicomprensiva che ci sta conducendo in una nuova fase del capitalismo globale. E della distruzione globale.

Ci può offrire qualche esempio dei processi di espulsione?
Potrei citare il crescente numero degli indigenti; degli sfollati nei paesi poveri ammassati nei campi profughi formali o informali; dei discriminati e perseguitati nei paesi ricchi depositati nelle prigioni; dei lavoratori i cui corpi sono distrutti dal lavoro e resi superflui a un’età troppo giovane; della popolazione attiva considerata in eccesso che vive nei ghetti e negli slum. Ma anche gli imprenditori “fuori mercato” o le famiglie senza casa per un pignoramento. E potrei aggiungere le parti della biosfera espulse dal loro spazio vitale a causa delle tecniche estrattive o dell’accaparramento di terre.

Non si tratta dunque di una forma accentuata della tradizionale “esclusione sociale”...
No, perché l’esclusione sociale avviene all’interno di un sistema e può essere ridimensionata, migliorata, perfino eliminata. Le espulsioni invece attraversano domini e sistemi diversi, dalle prigioni ai campi profughi, dallo sfruttamento finanziario alle distruzioni ambientali.

Veniamo alle cause. Siamo stati abituati a imputare le patologie del capitalismo alle élite predatorie, ai magnati con cilindro, sigaro e bastone. In “Espulsioni” lei scrive invece che oggi, più che delle élite predatorie, dovremmo preoccuparci delle “formazioni predatorie”. Cosa sono?
Sono formazioni complesse, che assemblano una varietà di elementi: élite, capacità sistemiche, mercati, innovazioni tecniche (di mercato e finanziarie) abilitate dai governi. Ci sono per esempio nuovi strumenti legali e contabili, sviluppati nel corso degli anni, che condizionano ciò che oggi ci appare come un contratto legittimo. Ci sono le banche centrali che forniscono “quantitative easing”: nel caso degli Stati Uniti, 7 miliardi di dollari dei cittadini sono stati messi a disposizione del sistema finanziario internazionale a tassi molto bassi, e poi usati per la speculazione. Anche se ci liberassimo di tutti i super-ricchi, continueremmo ad avere esiti simili a quelli attuali.

Anche i governi - specialmente i rami esecutivi - sono parte delle formazioni predatorie. Dovremmo archiviare la tesi secondo la quale lo Stato nazione nel suo complesso è una vittima dei processi di globalizzazione economica?
Sì, perché sono i parlamenti e il ramo legislativo ad aver subito una rilevante perdita di funzioni e di potere, mentre il ramo esecutivo ha ottenuto una nuova forma di potere proprio grazie alla globalizzazione. È il potere esecutivo che istituisce le politiche, che articola i trattati commerciali e di investimento a sostegno delle corporation globali. È protagonista, non semplice vittima.

La decadenza dell’economia politica del ventesimo secolo “inizia negli anni Ottanta del Novecento”, benché abbia genealogie “spesso più antiche”. Perché considera quel decennio come un punto di svolta?
Negli anni Ottanta l’economia comincia a cambiare rotta: con la delocalizzazione, la deregolamentazione, l’indebolimento dei sindacati, i minori investimenti nelle infrastrutture a beneficio di tutti, l’aumento della concentrazione di potere e ricchezza al vertice, anziché dello sviluppo della classe media. I Paesi altamente sviluppati diventano più poveri, mentre nel mondo meno sviluppato - per esempio nell’Africa subsahariana - gli investimenti vengono dirottati dalla produzione manifatturiera all’estrazione mineraria, al petrolio, etc. Ciò ha prodotto ricchezza per le aziende e per le élite governative corrotte, ma povertà per la popolazione.

Per lei, questo passaggio da una logica inclusiva a una logica di espulsione segna una vera e propria rottura rispetto alla fase precedente, quella del capitalismo keynesiano del secondo dopoguerra...
Sì, negli anni Ottanta c’è stata una rottura radicale, una frattura rispetto al capitalismo keynesiano, la cui logica dominante - nonostante tutti i limiti - era l’inclusione, la riduzione delle tendenze sistemiche alla disuguaglianza, perché il sistema si reggeva sulla produzione e sul consumo di massa, dunque su una logica espansiva. La manifattura di massa, il consumo di massa, la costruzione di case e strade anche per i meno abbienti: tutto ciò è stato ottenuto espandendo lo spazio dell’economia e incorporando le persone nel sistema.

Oggi, invece, la logica che governa l’economia punta verso ciò che descrive come “contrazione dello spazio economico”...

Alcuni settori economici beneficiano ancora di una certa espansione, ma altri settori chiave non ne hanno più bisogno. I profitti delle corporation crescono, ma lo spazio economico si contrae, complessivamente. Il settore del consumo è stato parzialmente distrutto dalla finanziarizzazione dell’economia, che può produrre profitti molto più alti. Contestualmente, avviene una ridefinizione de facto dello spazio economico, una contrazione dell’economia, dalla quale viene espulso tutto ciò che (incluse le persone) non è più considerato produttivo secondo i criteri standard.

Intende dire che dovremmo adottare nuovi criteri per valutare la crescita e i benefici economici?
La crescita economica, misurata secondo i criteri convenzionali, è il veleno della nostra epoca. C’è bisogno di economie che rispondano a logiche distributive: più coinvolgono le persone e le realtà territoriali e locali, più le economie ne beneficiano e producono benefici. Oggi avviene il contrario.

 

 


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