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Politica Romana: dal colore delle parole alla città anestetizzata In evidenza

Sabato, 21 Novembre 2015 20:35

 

di  Bruno Ceccarelli

Il grande Eduardo De Filippo è certamente fra i giganti della cultura italiana del novecento. E’  stato drammaturgo, attore, regista e sceneggiatore. E pure poeta. Ci ha lasciato alcune poesie, davvero stupende, con profondi significati.  


Non so dire se i versi di quella da cui traggo una parte del titolo di questo scritto, si riferissero anche alla politica,  ovvero al contenuto di merito del suo linguaggio. Sono portato a crederlo, e lo faccio perché non di rado, nella circostanza di ascoltare o partecipare a  qualche dibattito, il richiamo a questi versi mi aiutano  a meglio definire, a meglio spiegare,  quanto mi trovo ad ascoltare.


La poesia, scritta in dialetto napoletano, raffigura il colore che rivelano le parole nel momento che vengono pronunciate. Assumono bellissimi colori quando si usa il linguaggio sincero e veritiero.  Se invece le parole  non sono scelte bene (se non sono frutto di competenza e sincerità) invece “… si mischiano i colori delle parole. E che succede? Una confusione di migliaia di parole, tutte uguali e dello stesso colore: grigio scuro.
… Il freddo si confonde con il calore e la gente parla come fosse muta.”

Purtroppo nel  periodo che stiamo attraversando di “ascoltare” il color grigio, ce ne è talmente in quantità, che le persone, gli elettori, finiscono per evitare di farlo e  concorrono ad aumentare il copioso esercito degli astenuti.
Questa circostanza si mostra ormai in ogni dove e in ogni occasione. La televisione trasmette, quasi sempre, in bianco e nero ( il grigio scuro delle parole) quando sono in onda dibattiti insulsi e con personaggi che non dovrebbero nemmeno presentarsi nei mercatini rionali a pubblicizzare la loro mediocre mercanzia.
In molte situazioni siamo letteralmente al bla bla. In altre si verificano singolari modi del fare politica che rischiano di rendere il grigio scuro sempre più vicino al nero. E’ probabilmente collegato  alla esigenza di questo capitalismo della finanza che, in presenza di difficoltà, percorre la strada più semplice che è quella di accentrare i poteri, cancellando conquiste e anestesizzare il ruolo della democrazia e dei cittadini.  

In questi giorni ho avuto la esperienza di assistere –un poco sgomento – ad una assemblea pubblica presso la CAE (città dell’altra economia) di Roma. Le associazioni organizzatrici dell’evento dal titolo: Come si governa Roma,  in buona fede, si sono davvero superate. Si intendeva discutere del perché a Roma non funzionano molte (?) cose. Sono stati invitati a parlarne alcuni politici di lungo corso, che, salvo una eccezione, hanno cercato di convincere il pubblico che le cose non funzionano perché semplicemente non si possono fare. Mancherebbero, sia istituzionalmente, che individualmente per gli eletti, le attribuzioni delle competenze  istituzionali  necessarie. A chi dal pubblico, non convinto, ha sommessamente rumoreggiato si è cercato di tacitarlo con concezioni davvero primordiali. Provo a sintetizzare: non solo confusione tra delega e rappresentanza, ma rivendicazione della propria eleggibilità attraverso forme clientelari per convogliare le preferenze. Da qui una apposita previsione di somme  poste in bilancio,  con specifico riferimento ai singoli eletti. I quali una volta eletti,  non dovevano  più  rispondere, del loro operato, ad alcuno. Ogni critica al riguardo doveva essere considerata una lesione del principio “democratico”:  sono stato eletto e se tu elettore ti sei sbagliato nel votarmi  prenditela con te stesso; il nostro impegno politico si esaurisce all’interno della dialettica istituzionale.

Ho, appena sopra,  accennato ai limiti politico-culturali che le associazioni organizzatrici hanno manifestato. Non cito la frase di un noto giornalista presente che nel salutarmi (stava uscendo) mi ha detto: cose da terza elementare. Cito la impostazione data  all’evento  fatta di domande del tipo: quali sono le funzioni e i limiti di un consigliere comunale o di un assessore?

Non mi attardo. Credo che compito di una democrazia, vigile e partecipata, debba essere in primo luogo quello di conoscere almeno i ruoli e i compiti degli incarichi istituzionali.  Contestualmente essere attrezzati, anche attraverso una idea di città, per confrontarsi, in modo organizzato e con spirito di autonomia, con   le Istituzioni e incalzarle affinché quanto ritenuto utile per i cittadini e la città debba essere fatto.

La spiegazione di affermazioni, non certo tenere nei confronti dei cittadini romani, che hanno fatto seguito allo scoperchiamento di Mafia Capitale del tipo:  sono mancati gli anticorpi,  è  purtroppo spiegabile da quanto sopra rappresentato.
Una politica inadeguata e totalmente distaccata dalla città si autoalimenta (la denuncia di autoreferenzialità) quando perfino la parte dei cittadini più impegnati (nel caso, sono sicuro, si tratta di una minoranza) si trasforma in organizzazione culturalmente contrattualistica (con risvolti clientelari) per partecipare alla frantumazione della città. I poteri forti e speculativi ne traggono campo libero, altri poteri ne rimangono invischiati, l’atomizzazione della comunità si trasforma nella cosiddetta società liquida.

Dopo la bruttissima stagione politica appena alle spalle, chiusa in maniera burocratica e senza passaggi democratici,  si tratta di cambiare e cambiare seriamente. La ricostruzione di Roma, ferita nel suo tessuto democratico, non sarà cosa semplice. Chi scrive è tuttavia convinto che le forze sane ci siano e che debbano solo rialzare la testa e con coerenza continuare la loro battaglia. Chiamare la città e i suoi cittadini a costruire insieme un programma avanzato e che sia in evidente discontinuità dal passato è una speranza possibile. Occorre  farcela.


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