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Paolo Berdini sfida Renzi: «Ora un patto per la Capitale» In evidenza

Venerdì, 23 Settembre 2016 07:20

Intervista di Eleonora Martini a Paolo Berdini pubblicata su Il Manifesto il 22 settembre 2016

Il no secco di Virginia Raggi alle Olimpiadi del 2024 non ferma il sogno dell’assessore all’Urbanistica di dare a Roma un futuro da vera capitale d’Italia. Paolo Berdini a questo punto rivolge la sfida non più al comitato olimpico, come avrebbe voluto, ma direttamente a Matteo Renzi: «Il primo ministro ha sottoscritto con il sindaco Beppe Sala un patto per Milano stanziando 1,5 miliardi di euro. Roma si candiderà al patto per la Capitale da sottoscrivere con Palazzo Chigi».

Assessore, la sindaca ha detto: «È da irresponsabili dire sì a questa candidatura». E’ d’accordo?

Raggi ha perfettamente ragione perché il progetto che era stato approvato durante il mandato del sindaco Marino era devastante sotto il profilo urbanistico, e dunque avrebbe alimentato ulteriormente la grave crisi del sistema urbano romano.

 

Quali erano le peggiori pecche?

Faccio un solo esempio sul quale a breve apriremo un confronto con le forze sociali e la città intera perché riguarda il futuro della Capitale. Nel progetto di Marino era prevista la costruzione delle case degli atleti a Tor Vergata su aree espropriate dallo Stato per costruire la più grande università d’Italia. Rinunciavamo dunque a funzioni d’eccellenza che sono il futuro delle prossime generazioni per costruire volgari abitazioni.

E chi ci guadagnava?

Chi ha la concessionaria. Che però deve essere coinvolta nel confronto sul futuro dell’area, perché lì c’è la possibilità di far riprendere a Roma il ruolo di Capitale.

«Roma è una città invivibile, basta cattedrali nel deserto», ha affermato la sindaca. Ma quelle cattedrali che sono ormai ruderi nel deserto con quali fondi verranno ultimate o abbattute?

Per il riuso delle Vele di Calatrava, per esempio, sta per concludersi un accordo con l’università di Tor Vergata che finanzierà un progetto fondamentale per lo sviluppo della città: su quell’area sorgeranno dei laboratori di biologia e all’interno della struttura rimasta incompiuta nascerà una gigantesca serra. È questo il modello che vogliamo affermare: servizi d’eccellenza invece di volgari speculazioni edilizie.

Dunque anche lei dice «assolutamente no alle Olimpiadi del mattone». Ma per fermare la lunga mano dei “palazzinari” si poteva solo rinunciare alla candidatura?

C’era la possibilità di accettare un nuovo progetto per il futuro della città.

Ma Malagò lo ha detto in tutti i modi che il progetto si poteva cambiare e che c’era tempo per verificarne la fattibilità e poi eventualmente ritirarsi…

Nel giro di pochissimo tempo, due mesi, l’amministrazione renderà pubblico un progetto complessivo di opere per il trasporto pubblico non inquinante e per la riqualificazione degli impianti sportivi delle periferie. Su quel progetto chiederemo allo Stato gli indispensabili finanziamenti per non far affondare Roma nel degrado. Questa è l’impostazione che guarda al futuro.

E non era proprio possibile sfruttare l’occasione dei Giochi per farsi finanziare quel progetto?

Se non ci sarà la candidatura alle Olimpiadi 2024, Roma si candiderà al “patto per la Capitale” da sottoscrivere con Palazzo Chigi, visto che il primo ministro ha sottoscritto con Beppe Sala il “patto per Milano” stanziando 1,5 miliardi di euro. Se pensiamo al rapporto con la popolazione, Roma ha dunque un credito di 4,5 miliardi.

La sindaca ha detto: «Ci piacciono le Olimpiadi ma non quelle del mattone», per aggiungere però che tutte le Olimpiadi sono una sorta di «assegno in bianco che firmano i paesi e le città ospitanti». La giunta Raggi dunque dice no ai grandi eventi in generale?

Ci sono due motivi per imboccare una strada nuova. Il primo è che finalmente siamo tutelati dalla presenza dell’Anac di Cantone, che avrebbe vigilato con rigore sull’attribuzione dei finanziamenti pubblici. Il secondo – che Raggi ha giustamente ribadito – è però il palese fallimento della cultura delle grandi opere e dei grandi eventi, che ha trionfato nell’ultimo ventennio e che ha portato a un indebitamento delle amministrazioni locali intollerabile.

Per esempio le racconto un fatto gravissimo e poco noto alla città: si era alla ricerca del luogo dove far svolgere le gare di canottaggio e si puntava sul lago di Castel Gandolfo, che nel 1960 ebbe gli onori della cronaca per la bellezza del luogo. Ora quel lago non può più essere utilizzato perché l’abbassamento del livello dell’acqua di oltre cinque metri dice che siamo di fronte ad un’emergenza ambientale di dimensioni catastrofiche. Ecco, la cultura delle grandi opere nasconde accuratamente i danni che produce sull’ecosistema.

Il progetto che renderemo pubblico tra poco va esattamente nella direzione opposta perché riporta finalmente le città nelle mani delle amministrazioni comunali e chiude per sempre con quell’approccio culturale che è stato il principale dissipatore di risorse pubbliche.

Lo stadio della Roma non è una grande opera?

Sì, e dunque andrà rivista sotto il profilo della sostenibilità economica ed urbanistica di una città che ha 13,5 miliardi di deficit.

Allora non è detto che verrà realizzato?

No, perché l’Aula capitolina dovrà confermare l’interesse pubblico a costruire un milione di metri cubi di cemento che in realtà è nell’interesse degli operatori che propongono l’impianto. Sarebbe meglio tornare a prevedere la realizzazione solo e soltanto di uno stadio.

Raggi ha affermato di non aver mai cambiato idea da quando nel giugno 2015 il M5S votò in Consiglio comunale no alle Olimpiadi. Nessun tentennamento. Vuol dire che non ha mai ascoltato le sue obiezioni e le sue proposte?

È evidentemente mancato il tempo per una rigorosa interlocuzione con il Cio e con lo staff tecnico che ha redatto il piano di Marino per le Olimpiadi. Purtroppo per l’amministrazione romana i tempi della procedura olimpica sono stati incompatibili con l’esercizio di un confronto democratico esteso a tutta la città.

Eppure secondo Raggi il referendum sulle Olimpiadi c’è già stato: con il ballottaggio. Peccato che il quesito non era così chiaro, forse si sarebbe recato alle urne qualcuno in più del 50% dei romani…

Credo che la strada proposta da Riccardo Magi (segretario di Radicali italiani, ndr) di indire un referendum consultivo poteva essere arricchita dalla indicazione dei progetti sul futuro delle periferie. E sarebbe stata l’occasione per un grande dibattito pubblico.

Questo no così netto non servirà un po’ anche agli equilibri interni del M5S?

La sfida del governo di Roma è così gigantesca da avere ripercussioni sugli equilibri di qualsiasi forza politica, Cinque Stelle compresi. Ed è fisiologico che ci sarebbero state delle scosse di assestamento. È ora di chiudere questa fase di avvio, e concentrarsi sul recupero di una città che altrimenti va verso il fallimento.

Lo troverete un assessore al bilancio?

Sicuramente.


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